Gli sposi perfetti

Preferisco i funerali, è più divertente”, sussurra un ospite alle nozze di Antoine Carmontel e Marianne Segré. Nelle pagine di “Due” – scritto da Irène Némirovsky nel 1939, tre anni prima di essere inghiottita da Auschwitz, e appena pubblicato da  Adelphi – si cercheranno invano dichiarazioni edificanti sul matrimonio (e del resto il tono elegiaco per nulla si addice alla Némirovsky). Antoine e Marianne non sono né Filemone e Bauci, i due sposi indivisibili del mito greco, né la tenera coppia di contadini del folklore russo (con la moglie che dice continuamente al marito: “Quel che fai tu è sempre ben fatto”).
28 MAR 10
Ultimo aggiornamento: 12:18 | 6 AGO 20
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"Preferisco i funerali, è più divertente", sussurra un ospite alle nozze di Antoine Carmontel e Marianne Segré. Nelle pagine di “Due” – scritto da Irène Némirovsky nel 1939, tre anni prima di essere inghiottita da Auschwitz, e appena pubblicato da Adelphi – si cercheranno invano dichiarazioni edificanti sul matrimonio (e del resto il tono elegiaco per nulla si addice alla Némirovsky). Antoine e Marianne non sono né Filemone e Bauci, i due sposi indivisibili del mito greco, né la tenera coppia di contadini del folklore russo (con la moglie che dice continuamente al marito: “Quel che fai tu è sempre ben fatto”). Non sono nemmeno Maigret e la sua signora, fedeli e sobriamente amorevoli, lui con la sua birra e lei così orgogliosa del suo stinco di maiale cotto perfettamente.
Antoine e Marianne sono due giovani trascinati dalla frenesia degli anni Venti, decisi a strappare alla vita tutto il piacere possibile, perché sentono di averne diritto. Sono, casualmente, anche marito e moglie. E mentre li segue in quello che appare, fino all’ultima pagina, un vero inferno domestico, Irène Némirovsky costruisce un grande monumento al matrimonio. L’unico credibile, perché prima c’è stato lo sterminio delle illusioni.
Dopo un innamoramento passionale e pieno di incertezze – abbastanza per fondare in Marianne la convinzione che solo Antoine potesse essere l’uomo della sua vita – il ménage coniugale ci mette un attimo a diventare noia. Crescono la paura di non aver più nulla da desiderare, la sensazione che la felicità sia sempre altrove. Loro, che non volevano, proprio loro, che si credevano diversi, si ritrovano ad assomigliare alle coppie dei genitori. A tradirsi, a guardarsi con distacco, a volte con rancore, a farsi travolgere in “quelle liti senza ragione, senza motivo, che scoppiano all’improvviso in piena bonaccia come un temporale in un cielo d’estate, e che, rare all’inizio e di cui ci si vergogna, finiscono per occupare il tempo, la mente degli sposi, e procurare loro un oscuro piacere”. Anche per loro la sofferenza e l’insofferenza hanno divorato tutto. Se non ci si lascia, è per inerzia, per rispetto delle convenzioni … Solo per questo? Marianne, innamorata di un altro, ostile a quel marito che per primo l’ha tradita nel peggiore dei modi, si scopre, suo malgrado, “solidale con la gioia e la sofferenza di lui”, quando Antoine, disperato, le chiede aiuto.

“Il matrimonio non ci vuole presentabili, ci vuole vivi. E ci farà perdere la faccia fino a che, sotto le nostre maschere, appariranno i nostri veri volti”. Quello che sostiene Christiane Singer (un’altra ebrea di origine ucraina, come la Némirovsky) nel suo “Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie” (Servitium), Antoine e Marianne lo verificano strada facendo. Scoprono quanto salutare possa essere la molto demonizzata dissimulazione: “Il legame coniugale è tanto più forte quanto più si basa sull’ipocrisia, sulla costrizione. Due sposi, liberi l’uno verso l’altro, tolleranti, due sposi che si rifiutassero di rifugiarsi nel silenzio e nella menzogna, potrebbero essere due amanti, due ottimi amici, due compagni, ma cesserebbero di essere due sposi”. E loro, nel bene e soprattutto nel male, lo sono: “Gli anni di vita in comune avevano compiuto, quasi all’insaputa degli sposi, il loro lavoro segreto: di due esseri ne avevano fatto uno solo. Potevano scontrarsi, a tratti odiarsi, ma erano uno”.